Pierangelo Pavesi

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Biografia


Sono nato a Milano il 17 gennaio 1941. Ho studiato a Milano e mi sono laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia. Dopo alcuni anni di lavori discontinui, sono stato dipendente di una grande energetica milanese per ben trentasei anni.

Da 0 anni alla scuola media 

La famiglia abitava in una casa popolare del Corvetto (quartiere Mazzini) in Via Mompiani n.1.

LA SECONDA GUERRA MONDIALE ERA IN CORSO DA 8 MESI. L’Italia era in guerra e a Milano era in corso la campagna per gli “orticelli di guerra”: tutto il verde pubblico, le aiuole di piazza del Duomo e i cortili del Castello Sforzesco, sono coltivati a grano e ortaggi. In Eritrea era cominciata la ritirata delle truppe italiane. Due giorni dopo Mussolini va da Hitler e ottiene dal Führer la promessa di truppe corazzate tedesche in Libia per il mese di febbraio, e un massiccio intervento in Grecia a primavera.

L’anno 1941, contrariamente al 1940, trascorse a Milano senza bombardamenti ma nel 1942 la musica cambiò. Gli aerei alleati ripresero a “visitare” la città con incursioni diurne e notturne. La famiglia, mia madre, mia sorella, maggiore di sei anni, dopo i terribili bombardamenti dell’agosto 1943, si trasferì, o meglio sfollò, a Borgolavezzaro, paese di nascita di mia madre, immerso nelle risaie della provincia di Novara.

Cinquantasei chilometri è la distanza tra Milano e Borgolavezzaro e mio padre la percorreva in bicicletta per raggiungerci il sabato pomeriggio e ripartiva di buon ora il lunedì per essere in ufficio, alle 8.30, lunedì mattina.

Io trascorrevo le mie giornate con Lola, meticcia bianconera dal muso dolcissimo e dotata di grande intelligenza. Come si suol dire le mancava solo la parola: capiva tutto quanto le dicevo e tra noi s'instaurò un rapporto che durò fino al compimento del mio sedicesimo anno di età; purtroppo Lola era invecchiata, la vista e l’udito si erano affievoliti e trovò la morte calpestata da un carro agricolo.

Lola dormiva nella sua cuccia ai margini dell’aia della fattoria in cui abitavano i miei nonni, i miei zii con le rispettive famiglie ma chissà come e perché, quando mi svegliavo al mattino, la trovavo sempre ai piedi del mio letto e molte volte accucciata, accanto a me, nel letto.

Di notte si udiva passare il “Pippo”,  nome con cui erano popolarmente chiamati, nelle fasi finali della guerra, gli aerei da caccia che compivano incursioni notturne sull'Italia settentrionale. Il Pippo rompeva i sonni e i nervi degli italiani; ricordo le maledizioni che gli lanciava mio nonno e le preghiere di mia nonna!

Un mattino sentii uno scalpiccio sull’aia e uscii a vedere cosa stesse succedendo. Vidi mia mamma e mia zia circondate da persone, in semicerchio attorno a loro: erano in camicia nera con bandoliera di traverso e fucili mitragliatori; erano in perlustrazione sullo “stradone”, la strada statale n. 211 che congiunge Mortara a Novara.Avevano visto da lontano un uomo aggirarsi furtivamente di là del torrente Arbogna e chiedevano come si potesse superare, cioè dove fosse il ponte più vicino per attraversarlo e raggiungere la persona sospetta. Mia mamma indicò dove era il ponte aggiungendo però che chi li aveva insospettiti altro era lo scemo del paese, un povero disgraziato che girava tutto il santo giorno per la campagna. Quelle persone in nero mi fecero paura e mi rifugiai nella stalla finché mia mamma e la zia vennero a prendermi e mi tranquillizzarono.

Ebbi occasione di assistere, probabilmente erano i primi giorni di aprile 1945, a una battaglia aerea: vidi un aereo colpito dalla contraerea, il fuoco e il fumo che lo avvolgeva, e un paracadute aprirsi. Ricordo anche di aver visto, vicino alla stazione del paese una locomotiva di un treno che sembrava un formaggio svizzero!

Non molti giorni dopo questo fatto mio padre rientrò a casa, mostrando ai miei zii e ai vicini delle fotografie; poiché tutti le guardavano e commentavano, volli vederle anch’io, anche se  gli adulti non volevano che le guardassi. C’era un uomo con una faccia deformata; era disteso a terra e tra le mani aveva l’asta di una bandiera. Accanto a lui un’altra persona, anch’essa con faccia deformata.

Il giorno dopo, come facevo abitualmente, andai alla periferia del paese ad attendere il ritorno dai campi di mia mamma e mentre l’ abbracciavo, sentii il rombo di un aereo che si avvicinava; mi gettai immediatamente a terra, nell’erba del campo che costeggiava la strada; mia madre mi sorrise e mi disse:<< Non gettarti più a terra, la guerra è finita!>>

La guerra era finita e tornammo a Milano in treno, su un carro bestiame, seguiti dai pochi mobili portati a casa su un carretto trainato da un cavallo.
Arrivammo alla Stazione di Porta Genova e da lì, a piedi verso il Corvetto.
M'impressionarono gli scheletri di quelli che erano stati dei palazzi: in piazzale Lodi, vidi un palazzo di cui era rimasto in piedi solo la facciata; tutto il resto era distrutto!




Il ritorno a casa

A casa conobbi i figli dei vicini, miei coetanei; loro parlavano italiano, io il dialetto novarese. Loro non capivano quello che dicevo ma in pochi giorni mi adeguai agevolmente all’italiano, che si parlava in famiglia anche se nel caseggiato dominava il dialetto milanese. Il tempo lo passavo nel cortile di casa, giocando con gli altri ragazzi. Le case popolari costruite a Milano prima del ’40, avevano il cortile ove bambini e ragazzi potevano giocare, il lavatoio, dove si lavavano e stendevano i panni, i bagni pubblici, perché pochi appartamenti erano dotati di bagno completo ma solo di lavabo e w.c.

Un giorno tutta Via Mompiani n.1 andò in Tribunale ad assistere al processo della portinaia, una signora che si chiamava, se ricordo bene, Elide. Era fascista, vedova, con un figlio nella Muti; questi aveva guidato il camion con il quale una squadra, sempre della Muti, era venuta a prelevare un partigiano, figlio di abitanti del confinante stabile: via Mompiani n. 5, un ragazzo di vent’anni. La donna fu condannata ed in carcere rimase probabilmente sino all’amnistia Togliatti; suo figlio, il mutino, non c’era più: era stato ammazzato pochi giorni dopo il 25 aprile. Una sera d’inverno, era già buio, la signora Elide venne a visitare una comunistissima famiglia con la quale era, nonostante le differenze ideologiche, in particolare amicizia e che abitava il piano sotto il mio. Tutti gli abitanti della scala, subito lo vennero a sapere e tutti andarono a salutarla.

Nel cortile del casamento di fronte al mio, in  Via Polesine, c’era una sezione del Partito Socialista; io dal finestrone della scala, vedevo, la domenica, i militanti la sezione cantare e ballare nel cortile. Sentivo anche i comizi. Una volta la frase detta da un oratore riscosse particolare successo nel pubblico: << Ucciderete me ma non potrete uccidere l’idea che ho in me!>>. Si riferiva a Matteotti, come realizzai anni dopo; mi domandai anche come poteva averlo saputo il retore che tenne quel discorso. Forse Matteotti era morto ancor più nobilmente, ma non poté  certo raccontarlo ad alcuno.

La vita scorreva tranquilla: il sabato sera si andava al cinema con i genitori, la domenica all’oratorio. Le mie amicizie si ampliarono con la frequentazione delle scuole elementari: tutti bravi amici, tutti di buona famiglia; per buona famiglia intendo dire persone oneste, anche se povere. Nessuno aveva il padre disoccupato:TUTTI lavoravano. C’erano anche orfani di guerra; un mio compagno aspettava, e sperava, nel ritorno del padre, disperso in Russia! Lo aspettò fino alla fine delle scuole elementari, poi si rassegnò.

La scuola media

Al termine della quinta elementare sostenni l’esame di ammissione alle medie che superai con ottima votazione: un otto e tre sette. Questo fatto suscitò grande scalpore in Via Mompiani, 1. Gli altri ragazzi si erano iscritti alle scuole professionali di avviamento al lavoro A.Pacinotti in Via Giulio Romano; pochi alla scuola commerciale L.Lombardini, in Via Mercalli. Io ero l’unico che avrebbe studiato il latino! Per la prima volta sentii aleggiare intorno a me l’invidia. M'iscrissi alla Emilio De Marchi di Corso di Porta Romana. Si raggiungeva la scuola con il tram n.13 che faceva capolinea in Piazzale Corvetto, allora un bel piazzale, rotondo, con alberi e panchine. I tram erano affollatissimi, a rischio soffocamento per noi ragazzi; alcuni adulti che non riuscivano a salire sul tram sovra affollato, si attaccavano alla “perteghetta”, in altra parola al trolley e ci restavano per diverse fermate prima di salire sul vagone finalmente accessibile.  La mia classe era composta di trentasei alunni di ceto sociale leggermente superiore ai compagni delle elementari. I migliori della classe, pari merito, erano Emilio Mariani e Giorgio Cabibbe. Quest’ultimo era ebreo e amico di famiglia della professoressa Clarkson, insegnante di lettere. Cabibbe era di famiglia benestante e, in seconda media ci raccontò, lasciandoci a bocca aperta, la crociera che aveva fatto con i genitori durante le vacanze estive.

Io le vacanze estive le trascorrevo ( tranne il mese di agosto in montagna, a Santa Brigida, in Valle Brembana) in campagna, a Borgolavezzaro. Qui rivedevo la mia adorata Lola e quando non andavo nei campi con i miei zii, restavo a casa e passavo gran parte del tempo a leggere i libri di testo di mio cugino, che frequentava l’Istituto per Ragionieri di Novara. Leggevo “Le stagioni e le muse”, l’antologia italiana di Francesco Flora, i testi di storia, e ripassavo i “I promessi sposi” che avevo letto per la prima volta, spontaneamente, in quarta elementare. Lo leggevo e rileggevo tanto che alcuni anni dopo, seguendo alla televisione, “Lascia e roddoppia” ero in grado di rispondere a quasi tutte le domande quiz che Mike Bongiorno formulava sull’argomento.

La scuola media finì; dei trentasei alunni  della prima media eravamo rimasti in diciassette e ci disperdemmo in varie scuole superiori; perdetti di vista, e di notizie, tutti i compagni. Solo di Cabibbe ebbi notizie molti anni dopo. Appresi dalla stampa che era insegnante in un liceo di Milano, e amico di Indro Montanelli. La notizia che lo portava in cronaca era un discorso da lui tenuto in Milano, per commemorare i partigiani fucilati in Via Tibaldi n. 26 il 28 agosto 1944.

Il maledetto liceo scientifico

I miei genitori, pensando di fare il mio bene, m'iscrissero al Liceo Scientifico Leonardo da Vinci. Loro ritenevano, avendo frequentato solo le scuole elementari e poi le scuole professionali, che fosse meno impegnativo del Liceo Classico. Io mi sentivo più portato per le materie letterarie, ma accettai passivamente la loro decisione. 

Un mese dopo l’inizio della scuola, la famiglia si trasferì in Corso Lodi, 122, allora uno dei più bei palazzi del Corso. I miei genitori avevano acquistato un appartamento in questo stabile, frutto del loro intenso lavoro e risparmio. Quando lasciai la casa popolare, avvertii ancora aleggiare l’invidia, questa volta indirizzata a tutta la famiglia.

Corso Lodi, fino alla fine della seconda guerra mondiale si chiamava Corso XXVIII Ottobre, come ogni tanto vedevo scritto in alcune cartoline di saluti che persone anziane inviavano alla mia famiglia e che il postino regolarmente recapitava.

Non erano per niente dei nostalgici; erano persone alle quali era rimasta nella mente la vecchia toponomastica milanese; infatti, per loro Corso di Porta Romana era rimasto Corso Roma, Corso Lodi, Corso XXVIII Ottobre, piazza Novelli, piazza I.Balbo e così via.

In Corso Lodi vicini di casa, avemmo sullo stesso pianerottolo le sorelle Pozzi.

Una sorella era nubile, casalinga e impegnata a nutrire una miriade di gatti randagi che la sera si radunavano in via Gamboloita, dove si affacciavano le finestre del suo e del nostro appartamento. Dalla finestra lanciava bocconcini ai gatti: era un vero e proprio appuntamento e raduno giornaliero.

L’altra sorella era vedova, senza figli: era stata, fino al novembre 1944, comandante, con il grado di tenente, del Servizio Ausiliario Femminile della Brigata Nera Resega di Milano.

Anni dopo ho visto sue fotografie in pubblicazioni sulla R.S.I. e in particolare ne rammento una, scattata a Gargnano, in occasione di una visita di fascisti milanesi al Duce.

Nell’appartamento sopra il mio, abitava la vedova del Tenente Italo Salines, il primo ufficiale della Legione Muti caduto.

Con tutte queste persone i rapporti furono sempre di corretto vicinato, non di amicizia.

La Sig.ra Pozzi vedova Tucci, nell’aprile ‘45 era stata rapata e ospitata a S.Vittore; i suoi due fratelli  erano stati uccisi a Cambiasca (provincia di Verbania) il 16 maggio 1945.

Il fratello maggiore Giovanni (classe 1902) era il comandante della VI Brigata Nera Augusto Cristina di Novara; il fratello minore, Emilio, era milite nella stessa Brigata.

Allora gli abitanti del quartiere Corvetto, molto meno edificato rispetto a oggi, si conoscevano tra loro e si distinguevano per “porte” come in gergo si definiva la casa in cui si abitava.

La mia famiglia proveniva dalla “porta” di via Mompiani n. 1 e le Signore Pozzi, saputo da dove provenivamo, non accolsero i nuovi vicini con eccessiva cordialità.

Sapevano, come del resto allora esatto, che in Via Mompiani il 70% degli abitanti era comunista e il 20% socialista; pertanto ritenendo” rossa” la mia famiglia, inizialmente ci guardarono e trattarono con estrema freddezza.

Si ricredettero dopo diversi mesi e cambiarono atteggiamento: poterono costatare che tutti i membri della mia famiglia frequentavano regolarmente la chiesa e assistevano  alla messa domenicale, quindi non erano e non potevamo essere comunisti. 

Sì, perché, anche se oggi può sembrare una sciocchezza, i militanti e non militanti comunisti, di allora, appena dopo la metà degli anni ’50, si distinguevano per queste caratteristiche:  non frequentavano la chiesa e compravano l’Unità, almeno la domenica.

La mamma della vedova Salines, invece, era una donna molto socievole e ci raccontò la storia di suo genero, Italo (classe 1907).

Funzionario del Comune di Milano, combattente di tre guerre, era Tenente della Compagnia Speciale Baragiotta della L.A.M. Ettore Muti; era caduto il 15 giugno 1944 a Carù, in provincia di Cuneo, in combattimento contro formazioni partigiane ed era sepolto al Cimitero Monumentale.

La scuola procedeva abbastanza bene; ero in una classe “mista”. Ventiquattro ragazzi e sei ragazze, i professori erano abbastanza buoni e comprensivi. Il primo e il secondo anno trascorsero normalmente. Le mode però cambiavano: la montagna come villeggiatura, era in decadenza. La famiglia si adeguò alla tendenza dominante: non più agosto in montagna, ma nella riviera ligure di levante, a Lavagna.

In campagna trascorrevo dalla fine dell’anno scolastico a fine luglio e poi a settembre fino all’inizio della scuola, sempre con Lola, con i libri di mio cugino: “I promessi sposi “ erano stati sostituiti da “Le confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo.

Ero utente della biblioteca dell’azienda in cui lavorava mio padre, azienda in cui mi sarei impiegato anch’io nel ’69, un mese prima dello scoppio della bomba posta nella vicina Banca Nazionale dell’Agricoltura, in piazza Fontana.

A darmi in prestito il libro sulla Muti fu G.M., il quale, finita la prestazione di lavoro, faceva il bibliotecario volontario. Era stato partigiano e non si riteneva ex; portava all’occhiello, con orgoglio e ostentazione,  il distintivo dell’ANPI, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia ed era sinceramente amico di mio padre; mi è sempre rimasta  impressa nella mente la sua espressione compiaciuta quando chiesi in prestito “Il processo alla Muti” di Luigi Pestalozza.

Allora non capii perché; lo intesi anni dopo quando divenni suo collega di lavoro e, nel suo ultimo anno di lavoro, suo capo ufficio. Allora lo conobbi a fondo, mi raccontò  la sua storia, umana e politica. Ora ha ottant’otto anni, qualche acciacco, la mente lucidissima. Sono rimasto il suo unico amico e ci sentiamo spesso.In quegli anni avevo come professore di lettere al liceo il Prof.Gorra, un uomo splendido, eccellente insegnante; non faceva assolutamente propaganda politica per alcuno e  riferendosi alla guerra civile italiana ci faceva rilevare che i soldati italiani avevano giurato fedeltà al Re ed al Duce, per cui furono costretti a scegliere uno dei due!

Al terzo anno di liceo cambiarono i professori e qui cominciarono i miei guai; i professori erano dei “nomi” come insegnanti; tutti avevano scritti libri nelle loro materie e ce li imponevano come libri di testo. Saranno stati dei “nomi” ma erano pessimi insegnanti senza rispetto verso i loro allievi, senza tatto e umanità. Il più indisponente era il professore di matematica e fisica, romano, alto un metro e mezzo. Ci parlava in romanesco spiegava il programma di un mese in un’ora e poi passava alle interrogazioni, o meglio all’interrogazione, che avveniva mediante sorteggio. Un mio disgraziato compagno di classe portava un sacchetto con dentro i numeri e in un silenzio tombale, avveniva il sorteggio dell’ interrogato di turno. Il privilegio di essere “estratto” mi capitava con estrema frequenza e quando sentivo il detto “la fortuna è cieca” a me veniva in mente un altro detto: “la sfortuna vede e mi vede!”. Il professore  interrogava; quando l’interrogato non rispondevo alla domanda il prof.  non faceva nulla per cercare di indirizzare l’interrogato. Stava in silenzio, allungava le corte gambe sulla scrivania mettendo in mostra le scarpe, sempre lucidissime, socchiudeva gli occhi, e aspettava la risposta. Questa non avveniva e l’assurda situazione si protraeva  fino alla suono della campanella che segnava la fine dell’ora. Sia che mancassero cinque minuti o quaranta alla fine! Al suono della campanella si risvegliava, si stirava, e segnava il voto sul registro senza comunicarlo al malcapitato di turno. L'interrogazione avveniva una sola volta per trimestre e il voto lo si vedeva in pagella. Quest’uomo mi fece soffrire le pene dell’inferno; sempre rimandato a settembre in matematica e fisica, passavo le vacanze a studiare, senza però mai migliorare in profitto, per cui l’ultimo anno decisi di cambiare liceo e di trasferirmi al Liceo A.Volta di Via Benedetto Marcello. Avevo da pochi mesi una giovanile relazione con la più bella del Liceo, mio padre si era ammalato, mia sorella si era sposata e aveva lasciato la casa.

(continua)

 

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